Un grande concerto di livello internazionale, due grandi esecutori.

Il violinista Simon Zhu e la pianista Sophie Pacini. Introduzione al Concerto di Lucia Mencaroni che ha organizzato l’evento.

Uno strabiliante concerto si è tenuto ieri sera a Todi, nell’Aula magna del Liceo “Jacopone da Todi”, tale da allineare la città umbra alle grandi capitali europee della musica. L’evento era un’anteprima della rassegna “Note d’estate”, curata da Lucia Mencaroni e Stefano Giardino, giunta alla decima edizione, che ha avuto il merito indiscusso di portare alla ribalta di Todi artisti in erba di grandissimo valore promossi dalla Gioventù Musicale d’Italia. E bisogna dire che se questo era l’anticipo c’è da aspettarsi una stagione di lusso. Protagonisti sono stati due eccezionali musicisti, entrambi tedeschi sebbene il loro cognome riveli una provenienza asiatica in un caso e italiana nell’altro: il violinista Simon Zhu, nato a Tubinga, fresco della vittoria della cinquantasettesima edizione del prestigioso concorso violinistico internazionale “Premio Paganini” 2023, e la pianista la pianista Sophie Pacini di Monaco di Baviera, già messasi in luce in numerose occasioni, fra le quali il Progetto Martha Argerich di Lugano, e con alle spalle numerosi premi e riconoscimenti, come il Premio della Radio Nazionale Tedesca.

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Introdotto da Lucia Mencaroni, che con la sua profonda conoscenza e col suo lungimirante quanto infaticabile impegno seguita puntualmente a illuminare la vita culturale della sua città, e inframmezzato dai divertenti siparietti di Sophie Pacini, il concerto si è rivelato una rara occasione di godimento spirituale.
Il programma era particolarmente impegnativo: la Sonata in mi minore K. 304 di Mozart, la Terza sonata di Janàček, “I palpiti” in la maggiore op.13. Introduzione e variazioni sul tema di “Di tanti palpiti” dal “Tancredi” di Rossini di Niccolò Paganini, “A una voce lontana” di Silvia Colasanti e infine la Terza sonata in re minore op. 108 di Johannes Brahms.
A soli ventitré anni, Simon Zhu possiede tutte le qualità che denotano una personalità musicale di spessore: alto magistero tecnico che consente una gamma coloristica amplissima, virtuosismo impressionante mai fine a sé stesso ma puntualmente posto al servizio delle esigenze espressive, sensibilità interpretativa che sa caricare di significato ogni nota eseguita, conoscenza dello stile che individua con precisione pressoché infallibile le giuste sonorità per ogni brano eseguito. Nelle sue mani, il bellissimo strumento a sua disposizione, uno Zosimo Bergonzi costruito a Cremona nel 1760, diviene il tramite di un caleidoscopico avvicendarsi di stati d’animo, tutti in grado di coinvolgere l’ascoltatore in uno stretto rapporto con la pagina interpretata. Il violino di Zhu tocca le corde intime dell’animo e lo conduce in mondi lontani ma tutti ugualmente rapinosi e affascinanti.


Sophie Pacini dal canto suo si è dimostrata non solo una strumentista di vaglia, in possesso di un prodigioso arsenale tecnico, ma una musicista di rara finezza, in grado di assecondare la linea del violino con sonorità sempre commisurate allo spirito, alla dinamica e alle esigenze interpretative del pezzo.
Così è emersa pienamente la cifra stilistica della bellissima e singolare Sonata mozartiana, nella quale il ricorso al modo minore del genio salisburghese si colora ancora una volta di quella nascosta inquietudine, di quell’angoscia non gridata che caratterizzano il suo mondo interiore, soprattutto nel sorprendentemente moderno unisono che accomuna i due strumenti nell’enunciazione del tema iniziale.
Un salto in un paesaggio in cui distensioni liriche si alternano subitamente a ritmi di danza contadina improntati a un’apparente allegria, e a sonorità aspre e corrusche è avvenuto con la Sonata di Janàček, la terza delle sonate per violino e pianoforte del compositore moravo ma in realtà l’unica conservata. Di essa sono pervenute due versioni, la prima, stesa fra il 1913 e il 1914 e la seconda fra il 1918 e il 1919 e quest’ultima è stata quella eseguita. Nei suoi quattro movimenti, il brano fa trasparire come sinistri bagliori gli echi devastanti della guerra e il suo impianto formale sembra condizionato dall’oscillazione fra impulsi contrastanti che si succedono con disegni brevi e mordenti.
“I palpiti” di Paganini ha portato un momento di autentico tripudio del suono, dando modo al giovane violinista di dar prova della strepitosa padronanza tecnica dello strumento.
“A una voce lontana”, che ha aperto la seconda parte del concerto, è un brano per violino solo commissionato a Silvia Colasanti come pezzo d’obbligo proprio dal LVII Concorso internazionale di violino “Premio Paganini” 2023 vinto da Zhu. Il titolo è tratto da un verso della poetessa russa Anna Achmatova (“Come a una voce lontana presto ascolto, ma intorno non c’è nulla, nessuno.”) alla quale la compositrice romana dedicherà un’opera lirica che verrà rappresentata al Teatro alla Scala. La scrittura, preziosa e rarefatta, animata da nascoste polifonie e da struggenti abbandoni melodici, conferma l’altissimo grado di densità espressiva dell’invenzione di Colasanti che ne fanno una delle personalità di spicco e di riferimento della musica d’oggi.
L’estro interpretativo dei due musicisti ha poi trovato nella grandiosa Sonata di Brahms l’occasione per manifestarsi in tutte le innumerevoli possibilità. Il pathos che la pervade emerge subito dal tema iniziale, improntato a quella cantabilità distesa che si espande in lunghe arcate tanto cara all’Amburghese. La cavata possente e incisiva del Zhu, capace di sostenere benissimo il fraseggio brahmsiano, è andata di pari passo col tocco vibrante e appassionato di Pacini, formidabile nel controllare il complesso ordito della parte pianistica, in uno scambio di suggerimenti che qui come nei pezzi precedenti non ha mai mancato di andare a buon fine.
Alla fine, come prevedibile, il folto pubblico ha tributato un’autentica ovazione ai due musicisti che non si sono fatti pregare nel concedere due bis: il primo, affidato al solo violinista, costituito dal Ventiquattresimo capriccio in la minore di Paganini, in cui la pirotecnica successione delle variazioni ha coinciso con la tensione verso un’acme emotiva di incomparabile intensità, il secondo invece da un omaggio a Morricone, tratto dalla colonna sonora di “Nuovo cinema Paradiso”.
Usciti da questa serata indimenticabile col cuore in festa, ci siamo tutti augurati che le regole che governano l’asfittico e asfissiante sistema musicale non impediscano a simili talenti di affermarsi come meritano, specie nel nostro Paese, dove grazie alla pervicace ottusità della maggioranza dei direttori artistici, la fanno da padrone solo le scelte interessate di alcune agenzie o le cordate fra direttori d’orchestra di successo e solisti d’insuccesso, o viceversa.